Sagiv Jehezkel

Sagiv Jehezkel sfida il governo turco sulla questione palestinese

Si sta aprendo una vera voragine politica attorno al caco Sagiv Jehezkel, ovvero il giocatore israeliano in forze all’Antalyaspor, squadra del campionato turco. Il giocatore dopo aver segnato domenica contro il Trabsonspor ha mostrato sulla fasciatura della mano sinistra la scritta 100 days. 07/10, un chiarissimo riferimento all’inizio del conflitto tra lo Stato d’Israele e Hamas. I dirigenti dell’Antalyaspor hanno immediatamente bollato il caso come incitamento all’odio, dichiarando come inaccettabile la provocazione del calciatore. Ma il caso non si è chiuso qui perché il ministero della giustizia turco ha aperto un’inchiesta dopo che la stessa società sportiva aveva dichiarato di voler far luce su quello che sembrerebbe un caso di “incitamento all’odio in netto contrasto coi valori dello Stato” a detta del ministro Yilmaz Tunc.

Sagiv Jehezkel

Del resto non è certo una novità che il governo di Erdoğan abbia appoggiato il popolo palestinese dall’inizio del conflitto, considerando addirittura Hamas un gruppo liberatore. Ci sono molti aspetti della questione che non tornano, da un lato il ruolo del calciatore Sagiv Jehezkel, da un altro quello del governo turco. Nel primo caso si capisce benissimo la volontà personale di voler lanciare un messaggio rispetto alla luogo in cui si è nati, anche perché sul messaggio viene riportato la data di un attacco terroristico, cioè di un atto brutale che in pochi si sentirebbero di difendere, al di là delle posizioni. Forse ad un dibattito il calciatore israeliano potrebbe chiarire come mai abbia fatto questa scelta, cosa voleva rivendicare. Non si inneggiava alla guerra o alla supremazia di Israele ma si ricordava un evento tragico a prescindere, che in qualsiasi guerra è bollato come atto terroristico. Attenzione: nessuno sta giustificando qui le conseguenze, si sta solo raccontando che può essere naturale per un giocatore israeliano voler ricordare la morte di centinaia di ragazzi suoi coetanei. Il merito, la sfumatura, appaiono importanti in questo contesto. 

Dall’altra parte pare violento l’atteggiamento del governo turco che addirittura parla di incitamento all’odio e di espressioni in contrasto con i valori della nazione. Quello di Sagiv Jehezkel era un gesto da cui sarebbe potuta partire un dibattito, vista anche la posizione di possibile integrazione fra valori diversi espressa da un giocatore israeliano che milita nel campionato turco. L’atteggiamento di censura e addirittura di condanna appare in quale modo eccessivo e forse anche penalizzante per la causa palestinese. 

Molti giocatori hanno espresso il proprio disappunto per la situazione in  Palestina; ricordiamo su tutti Ronaldo che da sempre è sostenitore dei diritti del popolo palestinese, ma i toni e contenuti sono molti diversi, provocando reazioni molto differenti. Quello che però appare un po’ sconcertante sono le reazioni dei governi a tutte le prese di posizione, da quelle più violente a quelle più pacate. Pensiamo al caso Benzema che è stato accusato dal ministro degli interni francese, Gérald Darmanin, di essere vicino alle posizioni dei Fratelli Musulmani per aver chiesto che “le nostre preghiere siano per gli abitanti di Gaza, vittime ancora una volta di questi bombardamenti ingiusti che non risparmiano donne e bambini“. Un reazione un po’ nervosa da parte di un Paese democratico che della libertà d’espressione fa da secoli una bandiera. Allora la questione sembra un’altra ad affacciarsi: non è che di quello che sta succedendo in Palestina nessuno vuole che se ne parli?  Non è che forse i calciatori, in una posizione o nell’altra un po’ rompono le uova nel paniere a chi sta disegnando un altro scenario in Medio Oriente?

Il problema è che nel mondo globalizzato le informazioni scappano di qua e di là, e gli uomini, nel bene e nel male, si sono mischiati, confusi, incrociati. Non si può pensare che un tema come quello dell’assedio ai territori palestinesi dopo un evento di brutale terrorismo possa passare sotto silenzio in un mondo iper connesso. In un mondo in cui giocatori – musulmani, israeliani, arabi non musulmani e israeliani non sionisti – giocano uno di fianco all’altro, non si potrebbe usare il potere mediatico dei calciatori per aprire dibattiti o confronti? O ancora meglio usare una benedetta volta i valori del calcio per proporre un mondo diverso? C’è chi lo sta facendo, c’è ne occuperemo presto in questi spazi. 

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