La lettera di Buffon e i calciatori che scrivono

La lettera di Gigi Buffon ad un se stesso diciassettenne ha fatto in poche ore il giro del web, andata e ritorno con molti commenti e qualche lacrima. Una lettera ben scritta, ricca di meditazioni che “Superman” avrà avuto modo di fare nei tanti momenti di solitudine di cui la vita di un calciatore è fatta, insieme ai bagni oceanici di fans ovviamente. Una vita quella del portiere, a voler fare della filosofia spicciola, passata a guardare la frontiera, il confine, come fosse un western, per poi scoprirsi nel giro di alcuni secondi protagonista di tutta una partita. Vuoi un contropiede, un rigore, vuoi una punizione. E sei lì solo, al centro del mondo. Tutto è nelle tue mani, a voler fare una battuta banalotta. “Volevo fare il portiere/ era vestito meglio stava fermo/ e quando io sto fermo e perché ho qualcosa in mente”, cantava Morgan coi Bluvertigo in Sono=sono. Viene difficile contraddire questa perla di saggezza (una delle tante del folletto di Monza) a leggere la lettera del portiere della Nazionale e della Juventus. A parte lo stratagemma letterario, immaginare un dialogo fra un sé quarantenne e un sé diciassettenne, sono le parole che trasformano questa epistole interiore in una piccola chicca per gli appassionati della filosofia “tra le pieghe del calcio”.

buffon lettera giovane
Un giovane Buffon ai tempi del Parma

Un incipit straordinario che fa immediatamente saltare tra gli anni e le facce. Da un lontano Giugno del 1990, quando l’Italia era la nazione ospitante del Mondiale, un evento che avrebbe segnato non poche vite con le sue notti magiche, fino al 1995 anno di esordio in Serie A del portierone, ed ancora ai tanti errori di un ragazzotto un po’ troppo “leggero” in alcune occasioni.

“Caro Gianluigi diciassettenne, ti scrivo questa lettera oggi, da uomo di 41 anni che ha vissuto tantissime cose nella vita e che ha fatto alcuni errori. Ho delle buone e delle cattive notizie per te. La verità è che in realtà sono qui per parlarti della tua anima. Sì, la tua anima. Ne hai una, che tu ci creda o no. Iniziamo dalle cattive notizie. Hai 17 anni. Stai per diventare un vero calciatore, come nei tuoi sogni. Credi di sapere tutto. Ma la verità, amico mio, è che non sai nulla.”

Insieme ammissione e tenerezza per quello che allora era solo un giovane sognatore, ignaro nel bene e nel male di cosa sarebbe successo. La lettera è davvero molto bella ed intensa, merita di essere letta per la sincerità con cui é scritta, pochissimi sconti. Pochi, è vero ma alcuni un po’ ingiustificati, peccato non si parli di Calciopoli e peccato che le “leggerezze” fasciste siano archiviate un po’ troppo in fretta, ma quello che interessa in questo memoriale é l’atteggiamento di discussione e riflessione sinceramente atipico per un calciatore importante e vincente come Gigi nazionale. L’onestà, la sincerità, la capacità di mettersi in discussione fanno della lettera a Buffon a se stesso uno splendido documento di quello che ci sarebbe da insegnare alle giovani leve calcistiche.A questo proposito mi vengono in mente le parole di un’altra lettera splendida dedicata ai giovani, quella che Roberto Baggio scrisse per i giovani della Scuola Calcio Gerenzanese, associazione sportiva tra le cui fila militavano anche i figli del divin codino. Una lettera splendida in cui Roberto Baggio consiglia di tenere a mente cinque parole che serviranno a chiunque voglia emergere nel mondo del calcio: passione, gioia, coraggio, successo e sacrificio. Particolarmente emotive risultato proprio le ultime righe dopo aver analizzato la parola sacrificio

“Non credete a ciò che arriva senza sacrificio, non fidatevi è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni e la realtà.”

Un’altra lettera che vorrei consigliarvi di leggere, legata a doppio filo sia a quella di Roberto Baggio che a quella di Gigi Buffon, è quella scritta da Andrea Checcarelli allenatore del Real Virtus, ad una mamma che aveva ritirato il proprio bambino dalla squadra giovanile perché considerato troppo scarso per raggiungere qualche risultato significativo.

Salve signora! Per me che ho allenato un anno suo figlio, sapere che è sua intenzione quella di interrompere l’attività è un piccolo-grande fallimento da allenatore. Un fallimento non solo come tecnico, ma anche come persona. Non essere riuscito a coinvolgerlo a pieno, a stimolarlo, ad integrarlo al meglio all’interno della squadra, a fargli migliorare quei limiti quel tanto che sarebbe bastato, a farlo considerare “più bravo” da se stesso, ma anche da sua madre:«Volevo dirle che suo figlio non sarà stato il migliore fisicamente, tecnicamente, tatticamente ma eccelleva, era il più bravo, per la sua attenzione, per l’applicazione delle direttive dategli. Per il rispetto che ha sempre dimostrato nei miei confronti, durante gli allenamenti ed alle partite. In questo era il migliore».

Una lettera che continua fra ricordi e ottime riflessioni. “Il calcio minore e quello giovanile stanno perdendo il contatto con la realtà: scimmiottano il professionismo, ne prendono i difetti“, dirà in seguito al successo della lettera Andrea Ceccarelli.

Leggere le storie e i consigli di chi ha praticato, con più o meno successo la strada del calcio, è un viatico importante per trasformare la carriera calcistica in un percorso di vita che in ogni caso, gloria o meno, deve essere prima di tutto fonte di gioia e libertà. Potremmo chiudere dicendo che se Mahler consigliava ai giovani compositori di leggere Dostoevskij per scrivere musica migliore, noi consigliamo alle giovani leve di leggere le il lascito di questi grandi dello sport per avere la possibilità di diventare uomini.

Autore

Andrea Labanca
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