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Bob Marley, il calciatore

Qualora non avessi fatto il cantante, con ogni probabilità sarei stato un rivoluzionario o un calciatore. Il calcio vuol dire libertà, creatività, dare libero sfogo alla propria ispirazione.

Era il 1977. Alla fine di una partita tra The Wailers, gruppo reggae/rocksteady giamaicano, di cui Bob Marley era capitano, contro una compagine di giornalisti, Marley notò una ferita all’alluce destro. Molto probabilmente un avversario lo colpì con un tacchetto arrugginito. Bob sottovalutò la cosa. Dopo un’altra partita di calcio, quando si staccò l’unghia, decise di fare un controllo. Risultato? Un melanoma maligno che cresceva rapidamente sotto l’alluce. Da lì, l’inizio di un calvario che lo porterà alla morte 4 anni dopo. Avrebbe potuto salvarsi, se, come gli era stato suggerito da molti medici, avesse optato per l’amputazione dell’alluce. Ma la sua religione, il rastafarianesimo, gli proibiva l’amputazione degli arti ai fini del rispetto dell’integrità del corpo. La scelta di rimuovere soltanto la pelle al di sotto dell’unghia si rivelò infausta, perché il tumore maligno non venne curato del tutto e finì per progredire sino al cervello.

Noi non permettiamo che un uomo venga smontatoJah mi guarirà tramite la meditazione con il mio calice di ganja. Nessuno scalpello intaccherà la mia carne! Non si può uccidere Jah, non si può uccidere il rasta. Il rasta vive sempre.

Testimonianze di amici e persone che conobbero il più importante chitarrista che la musica reggae ci abbia mai dato evidenziano il suo spirito libero anche nel gioco del calcio: durante le partite, non pensava mai agli schemi e non aveva un ruolo ben definito. Si dilettava calciando un pallone. Ed è proprio un pallone, uno dei quattro oggetti che, insieme ad una chitarra, ad un piantina di marijuana e una Bibbia, lo accompagnarono a Nine Mile, suo villaggio nativo, dove fu sepolto.

Bob Marley e i The Wailers si aggirano a Londra nel Battersea Park

Nel 1977 con il grande successo europeo e le tournée continentali per il suo gruppo The Wailers, che come compagine calcistica era nota come The House of Dread Football Club,  le possibilità di organizzare partite si moltiplicarono. L’episodio più singolare avvenne all’inizio dell’estate del 1980, quando il team di Bob Marley affrontò per la prima volta alcuni giocatori di una squadra professionista: l’FC Nantes. Fu lo stesso Tuff Gong (così Marley veniva chiamato dagli amici) a contattare direttamente l’allenatore dei neocampioni di Francia, Jean Vincent. Fu un match 5 vs 5 con ripetuti cambi in corso che terminò 4 a 3 per i transalpini.

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Sentire ciò che ricordano i calciatori del club francese a distanza di anni circa quel match è davvero divertente. Il centrocampista Henri Michel e il portiere Jean-Paul Bertrand Demanes raccontano di essere rimasti perplessi nel disputare una partita contro questo gruppo musicale che in tutta franchezza dichiararono di non conoscere molto. Vedendoli scendere dal pullman, vedendoli fumare marijuana, fu per loro qualcosa di decisamente bislacco che suscita ancora una certa ilarità. Dopo aver fatto amicizia, cominciò la partita. I due calciatori francesi raccontano che all’inizio sottovalutarono il gruppo giamaicano, tanto è vero che più volte andarono sotto. Per ribaltare il risultato, dovettero impegnarsi a fondo. La loro opinione sul Bob Marley calciatore fu davvero molto positiva. Lo consideravano come il classico centrocampista tutto cuore e polmoni che non tira mai indietro la gamba e, al tempo stesso, molto anarchico, perché poteva giocare al centro e sulla fascia, un po’ alla Javier Zanetti, e decisamente pericoloso in zona gol. Tanto è vero che in quella partita siglò addirittura una doppietta.

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Bob Marley seguiva con piacere la nazionale brasiliana e quella argentina. Durante i mondiali di calcio nel 1978, disputatisi nella terra dei gauchos, aveva deciso di montare una televisione nel pullman che lo accompagnava negli spostamenti. Il giocatore che amò alla follia era Oscar Ardilles, funambolo dall’eccellente visione di gioco e dall’alto tasso tecnico che, dopo aver vinto il Mondiale, si trasferì al Tottenham Hotspur. Fu il club inglese, insieme al Santos, per via della presenza del suo idolo da bambino, Pelé, il club di cui Bob si dichiarò sempre tifoso.

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Bob Marley e Jimi Hendrix giocano a calcio nel backstage prima di uno show

Della sua simpatia per il club carioca si venne a sapere in occasione di un tour a Rio de Janeiro tra il 18 e il 20 marzo del 1980. Per il suo gruppo fu l’episodio giusto per organizzare una bella partita di calcio con i colleghi Toquinho, Chico Buarque e, soprattutto, l’ex attaccante della nazionale brasiliana, Paulo César Lima. Quest’ultimo consegnò a Bob Marley un kit del Santos. E a chi, a distanza di anni, chiede all’ex centravanti cosa ne pensa del chitarrista giamaicano in versione calciatore, replica come non fosse particolarmente talentuoso. Troppo confuso in campo, non eccelso dal punto di vista tecnico. Voto da 1 a 10? 1,5.

Un personaggio che contribuì molto alla crescita sportiva di Bob Marley fu Allan “Skill” Cole, uno dei più celebri attaccanti della storia del calcio giamaicano nonché un rasta devoto. Marley e Cole crearono un sodalizio sportivo, correndo sulle spiagge di Bull Bay o palleggiando nel cortile della grande casa di Hope Road fino a quando Marley e famiglia non dovettero scappare a Londra in seguito all’attentato del 1976. Con Cole, Bob sviluppò un proprio regime di allenamento: sveglia alle sei e trenta del mattino, un po’ d’erba, frutta e corsa mattutina. Per ricompensare l’amico di questo suo personal coaching, Bob Marley lo aggiunse come coautore nei credits di War.

Il legame che Bob Marley ebbe con il calcio è qualcosa che non è stato dimenticato. Recentemente il Bohemians Football Club, squadra protagonista della massima divisione del campionato irlandese, ha onorato Bob Marley, dedicandogli la casacca da trasferta, caratterizzata dalla combinazione di colori del rastafarianesimo: verde, giallo e rosso, disposti a banda verticale su fondo bianco. Il verde sta per la terra che dona agli uomini gli alimenti, il giallo per la ricchezza dell’oro e il rosso per il sangue sparso.

Foto: Dennis Morris

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<