calcio femminile italia

Siamo fermi a Sognando Beckham?

Da quanto tempo ormai sentiamo parlare di calcio femminile in rampa di lancio nel nostro Paese? Uno sport che da noi, in Italia, non può pensare neanche lontanamente di avere la stessa visibilità e lo stesso seguito del corrispettivo maschile della disciplina. Perché? Bè, per mille motivi, e non staremo qui ad elencarli. Ma vorrei concentrarmi su un altro quesito di questa vicenda: come ci stiamo abituando al calcio femminile? Lo abbiamo scoperto con un occhio incuriosito e interessato dal giugno dello scorso anno, quando le ragazze di Milena Bertolini hanno stupito tutti noi nel mondiale francese che le ha viste confrontarsi alla pari con altre nazionali ben più strutturate e preparate. Lo abbiamo scoperto e ci siamo subito entusiasmati, salendo su quel carro delle ragazze azzurre che il 9 giugno del 2019 con una doppietta di Barbara Bonansea eliminarono l’Australia. Ci siamo appassionati quasi quanto il rigore di Francesco Totti sempre contro gli australiani negli ottavi del mondiale tedesco targato 2006. Sarà perché il 2019 è stato un anno senza grandi competizioni internazionali per rappresentative dei vari Paesi, sarà perché comunque le televisioni e i giornali hanno puntato molto sull’evento, pompandolo tanto quanto un ben più prestigioso mondiale maschile, fatto sta che quel mondiale delle nostre ragazze ci ha indubbiamente appassionato. Fino al quarto di finale contro l’Olanda: una partita persa con onore e a testa alta, una sconfitta imputata non tanto alle capacità delle nostre, quanto ai limiti del nostro sistema calcio ancora fin troppo indietro rispetto ad altre federazioni: USA, Germania, Olanda, Inghilterra e Francia, la padrona di casa.

Tutte queste nazioni si sono dimostrate da sempre un passo avanti rispetto a noi. In USA, ad esempio, il calcio è culturalmente e storicamente uno sport praticato più dalle ragazze che dai ragazzi dei college, e per forza di cose tutto il sistema del pallone femminile ne beneficia. In altri Paesi sono le stesse società professionistiche maschili ad essersi mosse e ad aver aperto le porte al calcio femminile, sfruttando il proprio blasone, le strutture di allenamento, la filosofia, lo spessore e – in qualche caso – anche la potenza politica guadagnata in anni e anni di militanza nei massimi campionati nazionali e continentali. Da noi, invece, si è rimasti per troppo tempo come sott’acqua: nel profondo del mare del calcio femminile (semicitando Lucio Dalla) sono rimaste sommerse troppe storie, troppe atlete che avevano sicuramente mezzi, ma che non sono state sorrette da un sistema adeguato e capace di dar loro la possibilità di dedicarsi anima e corpo a questa attività sportiva. La macchina burocratica italiana si è messa al lavoro – anche un po’ per inerzia, diciamolo – proprio dopo l’exploit del mondiale francese. Solo che questa è solo la punta dell’iceberg, il calcio femminile in Italia ha radici profonde, una storia lunga decenni nei quali ha vissuto alti e bassi, passando dall’essere a un passo della gloria a momenti di oblio profondo, strade e porte sbarrate per inefficienza, disinteresse e superficialità. Basti pensare alla vicenda della stessa Milena Bertolini, ct dell’Italia femminile: lei stessa è dovuta passare attraverso strade tortuose, prima di poter vivere la gioia del mondiale. Una vita nel calcio femminile della provincia italiana dove per poter semplicemente scendere in campo è stata costretta a degli stratagemmi che, letti oggi, fanno un po’ sorridere. Quando era bambina (parliamo della metà degli anni ’70) nella sua zona non esistevano formazioni femminili, così per diverse stagioni ha finto di chiamarsi Mario e, spacciandosi come un maschietto, aiutata da una capigliatura corta e un taglio mascolino, ha giocato insieme ai bambini della formazione senza destare alcun sospetto. Naturalmente, il trucco ha funzionato fino a un certo punto, poi ha dovuto trovarsi una formazione femminile. Una storia che sa di passato remoto, quando in realtà non è che siano passati così tanti anni. Ora, come troppo spesso accade, tutta questa fretta di permettere alle ragazze del calcio di diventare delle professioniste e di potersi dedicare solo al pallone (nata dall’entusiasmo di un evento come il mondiale francese) senza dover per forza trovarsi un lavoro che le permetta di sopravvivere, sembra essere finita nel dimenticatoio.

Il problema, per tornare all’inizio di questo articolo, è che siamo fermi a un’idea di calcio femminile simile a quella rappresentata nel film Sognando Beckham (traduzione un po’ grossolana dell’originale Bend it like Beckham). Il film, candidato ai Golden Globe nel 2004, narra la passione per il calcio e per David Beckham di una ragazza dei sobborghi di Londra, nata in una famiglia indiana che non approva questa sua voglia di dedicarsi al calcio. Alla fine, la vicenda avrà un lieto fine in un intreccio a metà tra la storia d’amore e la voglia che spesso si sovrappone alla capacità di inseguire i propri sogni, come nelle migliori commedie. Ecco, da noi spesso è ancora così: si può pensare che la ragazza che gioca a calcio possa innamorarsi del Cristiano Ronaldo di turno, ma non si crede fino in fondo che questa possa replicarne le stesse imprese sportive e, di conseguenza, non possa aspirare alle stesse condizioni economiche. Se restiamo fermi a Sognando Beckham, stiamo certi che tutta la nostra voglia e spinta verso il calcio femminile resterà per sempre un bellissimo slancio, un sogno, e poco più. Un peccato, perché dal fondo del mare, a volte, si scopre qualcosa di prezioso che torna alla luce dopo un naufragio, un antico incidente di navigazione, che ormai nessuno crede di ricordare più.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<