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Rudi Ball, la stella ebrea dell’hockey su ghiaccio scelta dalla Germania per le Olimpiadi del 1936

Lo sport è fatto di storie. Storie di grandi vittorie e di trionfi, di sconfitte e fallimenti. Storie di chi ha sacrificato la propria vita per un grande sogno e di chi, nonostante l’impegno, non c’è riuscito. Storie di squadre e storie di singoli. Spesso, poi, accade che queste storie si intersecano con la Storia con la s maiuscola, la storia dell’umanità, quella che si studia sui libri di scuola. Lo sport, sin dalla sua origine, ha rappresentato uno specchio con il quale interpretare il mondo circostante e, anche quando ha cercato di distaccarsene, ha dovuto fare i conti con il contesto sociale e politico del suo tempo.

I recenti Giochi Olimpici invernali di Pechino hanno, ancora una volta, raccontato la realtà circostante, fatta di un’apparente opulenza che maschera, però, una realtà ben diversa. Simbolo di questa strana atmosfera è stata l’immagine pubblicata dal fotografo di USA Today Rob Schumacher che ritraeva la fiamma olimpica spenta. Immagine ben presto smentita da un portavoce olimpico. Anche in questo caso la storia entra nel mondo dello sport e il regime dittatoriale cinese sfrutta la manifestazione olimpica per il suo racconto propagandistico e iper-realistico, da racconto fantasy e distopico.

fiamma olimpica spenta
La fiamma olimpica si spegne mentre cade la neve – Foto: Rob Schumacher

Impossibile non paragonare Pechino 2022 con un’altra vicenda che ha lasciato un segno nel mondo dello sport e sull’umanità in generale: le Olimpiadi di Berlino 1936. Proprio in occasione di quell’edizione delle Olimpiadi era nato il Movimento per il Boicottaggio dei Giochi Olimpici, una forma di protesta contro la crescente repressione nazista. In realtà, il movimento non ebbe all’epoca nessuna efficacia perché l’allora membro del Comitato Olimpico Internazionale e presidente del Comitato Olimpico degli Stati Uniti, Avery Brundage, era riuscito a convincere tutti che non ci fosse nulla di cui preoccuparsi, e ad accettare le rassicurazioni del partito nazista. Si scoprì solo anni dopo che alla società edile di Brundage era stato promesso un contratto per la costruzione della nuova ambasciata tedesca a Washington D.C. per ringraziarlo del suo benevolo atteggiamento verso le Olimpiadi tedesche. Fu proprio per questa ragione che gli atleti che non parteciparono ai Giochi lo fecero seguendo scelte del tutto individuali. Scelta che, però, per alcuni fu più difficile che per altri. Molti, come lo sciatore britannico Peter Lunn, si rifiutarono di partecipare alla cerimonia di apertura, mentre altri, come il due volte campione olimpico di bob Billy Fiske, si rifiutarono di andare ai Giochi. Il caso di Rudi Ball è, di certo, però, quello più emblematico.

rudi ball

Classe 1911, Ball era famoso per essere la stella della squadra di hockey su ghiaccio Berliner SC che, in quegli anni, era un’armata invincibile in Germania. Rudi Ball era uno dei migliori giocatori della sua generazione e nel 1932 aveva conquistato il bronzo alle Olimpiadi di Lake Placid. Le difficoltà, però, provenivano dal fatto che il campione era per metà ebreo. Dalla presa del potere nel 1933, il regime aveva avviato una politica di “solo ariani” in tutte le discipline sportive, costringendo Ball a trasferirsi prima a St. Morritz e poi a Milano con i Diavoli Rossoneri, dove la sua carriera esplose (vinse sia il campionato nazionale italiano che la prestigiosa Coppa Spengler a Davos).

Quello che accadde in quel 1936 non lo sapremo mai con certezza. La versione più romantica vorrebbe il capitano della nazionale tedesca Gustav Jaenecke rifiutarsi di partecipare alle Olimpiadi senza Rudi Ball. Del resto, il campione ebreo era molto utile alla campagna propagandistica messa in atto dalla Germania per mostrare all’opinione pubblica mondiale come le Olimpiadi fossero simbolo di accoglienza e uguaglianza, dove solo il talento sportivo veniva premiato. Vari organi di informazioni parlarono di una partecipazione di Rudi Ball sotto coercizione del governo; tesi, secondo alcuni, confermata da un’intervista rilasciata dal campione al giornalista canadese Matthiew Halton, il quale avrebbe notato nelle risposte e nell’atteggiamento dello sportivo i segni di questa imposizione. In particolare, Ball si riferiva alla Germania utilizzando sempre il pronome loro e non noi, e avrebbe affermato che il suo non partecipare alle Olimpiadi non avrebbe portato alcun beneficio agli ebrei, ma avrebbe potuto causare solo male. C’è poi da tenere in considerazione che in quei giorni i genitori di Ball vivevano ancora in Germania e la decisione di prendere parte ai Giochi poteva essere interpretata come un modo per permettere loro di partire e lasciare il Paese – cosa che accadde nel luglio del 1936.

Nel corso della sua ultima intervista gli fu chiesto se lo sport gli dovesse un maggior riconoscimento, lui rispose: “Sono io quello che deve molto all’hockey; ha salvato me e la mia famiglia dall’Olocausto.” La storia dei singoli che si interseca inesorabilmente alla storia del mondo. Anche questo è lo sport, da sempre specchio di una società che sembra evolversi ma che, come dimostrato dagli eventi più recenti, non sembra cambiare.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<