Javier Marías

Javier Marías, il calcio, lo stile e la memoria

La morte di Javier Marías, nei primi minuti in cui la notizia ha iniziato a circolare, è sembrata una scena tratta da un suo libro. Di punto in bianco in una serata normale, in una giornata normale, all’improvviso, qualcosa cambia: c’era qualcuno che prima c’era e ora non c’è più. La morte è egualitaria, non guarda in faccia a nessuno e, soprattutto, non aspetta che tutto sia pronto e sotto controllo, arriva e cancella col suo silenzioso suono il rumore attorno. Di questa freddezza, di questa fragilità della linea che divide la vita dalla morte, l’attimo del presente dal passato, di tutto questo Javier Marías era ben conscio. Lo scrittore spagnolo si confrontava continuamente col pensiero che tutto potesse crollare all’improvviso, che la vita sia un guazzabuglio di eventi in cui ad un certo punto compare un buco nero in cui tutto deflagra irrimediabilmente. Pensiamo all’incipit di Domani nella battaglia pensa a me, di certo uno dei  miglior inizi della lettura mondiale: il senso di normale disperazione che compare all’improvviso, proprio mentre ti ritrovi per caso in intimità con uno sconosciuto.

Javier Marías

Poco prima c’erano due individui pronti a vivere il senso peccaminoso del sesso fra sconosciuti, poco dopo un cadavere e un uomo indeciso se scappare o dare una dignità alla morte di una sconosciuta. Questo era Marías, questa era la sua letteratura. Un ghigno diabolico contro le certezze dell’umanità. Beffa doppia se pensiamo al titolo rubato ad un sonetto dell’epico Enrico IV di Shakespeare, operazione che avviene anche in Cuore Bianco, libro che rappresenta il massimo forse della lirica di Marìas con i suoi incroci tra morale e pragmaticità, legami e insidie dei legami. Il profilo di uno dei più grandi scrittori vissuti negli ultimi anni non può che passare anche dalla sua personalità fuori dai libri, fuori dalle sue storie. Marìas del resto è stato un uomo vitale, gioioso, ironico, poliglotta e assetato di vita, che con il suo ghigno e la sua sigaretta ha saputo ammaliare un grandissimo pubblico in tutto il mondo. Come per il protagonista de L’uomo sentimentale, Marias non solo ha vissuto le proprie passioni, ma le ha trasformate in ragioni di vita e spinta esistenziale.

Spinta esistenziale che ritroviamo tutta nel suo libro più famoso dedicato al mondo del calcio, anche se bisognerebbe specificare che il libro è dedicato al Real Madrid, perché a Marìas di cosa facessero le altre squadre non è che interessasse molto. Anzi. Raccolta di articoli pubblicati tra il 1992 e 2001 su El Pais ed El Semanal, Selvaggi sentimentali è un omaggio alla bellezza del tifo prima ancora che del gioco stesso. Marìas individua nella tifoseria una capacità ancestrale di raccogliere, aggregare e costruire una personalità. La scelta dei colori calcistici sarebbero più importanti del segno zodiacale in poche parole.

Javier Marías selvaggi sentimentali

Nel capitolo Lo stile e i nomi lo scrittore spagnolo arriva a delineare una sorta di ontologia a priori del tifoso di una squadra, sostenendo che al di là dei nomi e delle epoche ci siano delle linee di fondo che rimangono intatte negli anni. Forzando il paragone, avvicinandolo il calcio al cinema, come se ogni squadra fosse un regista.

Non è soltanto questo, ma anche una quesitone di stile: gli uomini delle squadre cambiano nel giro di pochi anni, come cambiano gli attori quando diventano vecchi. É tuttavia sembra che in ogni club vi fosse la mano invisibile di un regista che rendesse sempre riconoscibile ogni diversa formazione, come risultano inconfondibili i film di Ford o Lubithsch o Hitchcock.

Così per Marìas lo stile dell’Atletico di Madrid è “cafone” come in un film di Sergio Leone in cui si assiste a molte sparatorie, tanti cazzotti, mentre il Barcellona è disperato esistenzialmente influenzato da Antonioni e da Bergman. Non si salva nessuno, neanche Cruijff, assimilato alle mille piangine blaugrana.

Ma nel calcio c’è qualcos’altro che di profondo che Marìas intravede e riesce a spiegare perfettamente: guarda caso ancora una volta ha a che fare con il tempo, con l’imprevisto, con l’accaduto. Marìas sviscera la terribile legge del calcio: tutto quello che hai fatto oggi, domani non varrà una solo momento di ricordo. Terribile a dirsi, ma è la triste realtà del calcio che non ha memoria, non ha conservazione, solo velocità, goal, vittorie e sconfitte.

A differenza di altre attività della vita, nello sport (ma soprattutto nel calcio) non si accumula né si fa tesoro di niente, nonostante le sale trofei e le statistiche sempre più valutate. […] L’allegria passata non può fare niente contro l’angoscia presente, qui non esiste la compensazione del ricordo, né la soddisfazione per quel che é stato raggiunto.

Questa sensazione di continuo oblio e continua rinascita è la sensazione che Marìas riconosce al calcio, sport fatto di cattiveria e scarsa memoria. Basta aver amato uno dei suoi libri per cogliere in questa visione del calcio tutta la sua poetica ossessionata dal tempo, ben esposta in tanti suoi libri. Nel capitolo intitolato L’eroe musicale, dedicato a Butragueño, affronta un altro tema caro allo scrittore spagnolo, rielaborato in molte sue opere: quando sarà l’ultima volta di qualcosa?

Una delle cose peggiori della vita è non sapere quasi mai quando è l’ultima volta di qualcosa, o quando qualcosa che ci entusiasma si avvicina alla fine.

Riferito a Butragueño e alle sue ultime stagioni, Marìas si chiede se l’abbiamo visto abbastanza, se ci siamo goduti abbastanza i magnifici goal della “Grace Kelly di Madrid”. In questo quesito c’è qualcosa di più profondo, di più importante ed è la richiesta di quante volte ancora saremo felici, ameremo, prima di chiudere gli occhi definitivamente. La sensazione che qualcosa sia sfuggita troppo presto da noi, di non averla vissuta abbastanza, di non aver detto o fatto tutto, questa è una sensazione che colpisce tutti, spesso, troppo spesso nella vita. Marìas ne era ossessionato, anche se con il sorriso, anche se con quel ghigno di chi sfugge anche all’oblio. Ma oggi siamo noi a guardare quel sorriso beffardo e a chiederci se lo abbiamo letto abbastanza, se lo abbiamo amato abbastanza, se lo abbiamo tenuto abbastanza tra noi. Siamo noi a chiederci se abbiamo letto abbastanza di Marìas mentre la notizia della sua morte ci arriva all’improvviso, senza averci avvertito, senza continuità.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<