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Fausto Gresini, c’è sempre spazio per la luce

C’è un sentimento più forte della rivincita, della rivalsa, della vendetta, quella sana s’intende? Secondo me, no. Non esiste al mondo una sensazione più completa e unica di quella. Perché è quella roba che riempie un vuoto, colma una perdita, riesce a dare forza laddove mancava e, soprattutto, lì dove la speranza era venuta meno.

Lo ha dimostrato lo scorso weekend il giovane pilota di Moto2 Fabio Di Giannantonio dopo aver conquistato il terzo posto sul connazionale Marco Bezzecchi dello Sky Racing Team. Non ha vinto, ma è bastato per regalare una magia. Un’emozione, un singhiozzo di gioia, di rivalsa, appunto.

Fabio ha riportato il sorriso nelle tenebre, luce in un tunnel da cui sembrava impossibile riprendersi, un fuoco d’artificio dove fino a qualche settimana fa c’erano solo lacrime e tristezza dovute alla prematura scomparsa di Fausto Gresini, un grande uomo, un team manager esperto e un ex pilota vincente. A portarlo via è stato il Covid. Aveva solo 60 anni, la solita narrazione di questi mesi bui, tra pandemia e giorni che, in un modo o nell’altro, devono passare.

Il calvario per Fausto e la sua famiglia è iniziato pochi giorni dopo Natale. Il tampone positivo, la febbre, poi la saturazione sotto i 90, le corse in ospedale e tutta la trafila che ha colpito decine di migliaia di italiani. Casco, ossigeno, solitudine. Poco più di un mese fa Fausto si è spento, lasciando un vuoto incolmabile per la famiglia, per il Motomondiale, per gli amici, per tutti.

Sono stati tanti i personaggi del mondo delle moto a mostrare la propria vicinanza alla famiglia, ma poi c’è quella maledetta quotidianità e il mondo che va avanti, dritto come un treno sui binari e nulla lo può fermare. Ai test invernali la morte di Fausto è ancora fresca nel paddock, perché Gresini era il paddock. C’è stato da pilota, poi da manager e poi da team indipendente in tutte e tre le classi del Motomondiale.

fausto gresini

Fausto è stato uno dei talenti più limpidi degli anni Ottanta e sapeva come vincere. Nell’85 conquista il suo primo storico titolo in sella al team Garelli, precedendo di una manciata di punti il connazionale Bianchi. L’anno successivo è Cadalora ad arrivargli davanti, ma il campionato è stato uno spettacolo e Gresini sa che non gli basta il secondo posto. È infatti nell’87, sempre nella 125, che conquista il suo secondo titolo dominando la categoria, riuscendo a vincere tutte le gare che porta a termine (dieci su undici gare, nell’ultima costretto al ritiro). Due titoli iridati non sono da tutti, ma Fausto da dirigente è riuscito a fare anche meglio, mettendo insieme tre titoli mondiali: nel 2001 in 250 con Kato, nel 2010 in Moto2 con Toni Elias e, appena tre stagioni fa, nel 2018 in Moto3 con il talentuoso Jorge Martin.

A tutti viene la pelle d’oca quando i motori si spengono e le lancette del minuto di silenzio dedicato a lui prendono il via. Un silenzio che mai come in quel momento è sembrato assordante, come un motore, come un cuore che batte, come un uragano, come era Fausto. Un uomo solido, tutto d’un pezzo si direbbe in questi casi.

Sessanta secondi ineluttabili, come è stato lui, Fabio Di Giannantonio. Uno dei tanti pupilli di Gresini che, tra le tante capacità aveva quella di scovare talenti e lanciarli nel Mondiale. Fu così per Sete Gibernau, Marco Simoncelli, Marco Melandri, Jorge Martin, Enea Bastianini e, appunto, Diggia. Un rapporto non semplice, un addio prematuro qualche stagione fa e poi il ritorno di Fabio nel team, voluto fortemente da Fausto, forse l’ultima cosa che ha voluto davvero prima della malattia.

fausto gresini

Non c’è modo di rimediare, di ripagare, di andare avanti se non trovando le corde giuste per spostare quelle lancette indietro di un po’. O forse sarebbe meglio fermarle. Fermarle nell’esatto momento in cui Diggia taglia il traguardo. È terzo, è podio. Non ha vinto nulla, eppure in quel momento ha vinto tutto quello che poteva vincere. Il team si abbraccia nel box. Inizia la commozione. Fabio è invaso dalle lacrime sotto il casco. Erano sei anni che il team Gresini non saliva sul podio e non poteva esserci regalo più bello di questo. Per Fausto, per la famiglia, per un sogno che continua e che dopo la sua morte è stato messo in dubbio. Mancano la forza, l’energia, la passione di Fausto, si diceva. È vero, ma c’è quella di tutte le persone che sono sempre state al suo fianco che oggi, più di prima, voglio che il team Gresini possa scrivere la storia del Motomondiale, esattamente come ha fatto Fausto perché c’è sempre spazio per la luce, anche quando il buio sembra poter vincere.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<