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Wimbledon, tra passato e futuro

Un giorno di inizio giugno il vecchio Antonio stava passeggiando insieme a suo nipote Nicola lungo il fiume. Tra di loro c’erano quarant’anni e più di differenza. Erano diversi in tutto, per età, pregiudizi (ogni generazione ha i propri) e fede politica. L’unica cosa che li univa era la passione per il tennis. Mentre camminavano da una finestra aperta di una casa vicina si sentì un jingle seguito dal promo per la diretta televisiva di Wimbledon. I due si fermarono un istante e il vecchio guardò il nipote come se volesse dirgli qualcosa.

Vedi Nicola – disse Pietro raggiungendo una panchina – il fatto è che oggi a tennis si gioca molto, anzi troppo. Un po’ è per la natura stessa del gioco, lo capisco, ma più che altro è per la fame sconfinata di incontri degli sponsor: a loro non frega nulla di spompare i giocatori con lunghe trasferte per andare in posti dimenticati da Dio. Una volta le cose erano più semplici, più chiare. Giravano meno soldi, era meglio. Oggi qualunque città che ha un torneo cerca di farlo passare come il più importante del mondo, regala posti a tennisti mezzi infortunati solo per avere una stella da far vedere. Trent’anni fa non era così. A parte che il tennis in televisione si vedeva poco, ma si vedeva. Senza gli abbonamenti, senza dovere pagare, pagare, pagare e pagare. Tutto l’anno si aspettavano i tornei migliori e ci si concentrava su quelli. Qui da noi gli internazionali erano una religione, in quel complesso bellissimo. Ti ricordi quando ti ci ho portato? Col marmo, le piscine, le statue enormi…e comunque non se ne sapeva molto dei tornei sperduti, in Giappone o in America o chissà dove.

C’era l’Australia, d’accordo. Si aspettava Parigi, la terra rossa più bella di Francia e anche New York, per quanto là i tifosi siano vergognosi. Ma nessuno di questi è bello come Wimbledon. Wimbledon è l’essenza stessa del tennis. Educazione, regole, tradizioni. Soprattutto tradizioni. Tutti vestiti in bianco, silenziosi e rispettosi. Niente colpi di testa o stranezze nel vestiario. Tutto il rituale è uguale da sempre ed anche grazie a questo che il tennis è ritenuto uno sport nobile -anzi!- lo sport nobile per eccellenza. A vederlo in tribuna non si può stare senza cravatta, come in Parlamento o al Teatro alla Scala e i camerieri ti servono fragole con la panna e calici di champagne. Non si vedono gli ubriaconi con la birra sui campi per le prime partite del mattino. E poi l’erba. Non c’è niente di meglio dell’erba per giocare a tennis. Veloce, tecnica, fa emergere davvero il migliore, soprattutto a tre su cinque. Che poi hanno tolto i tre su cinque anche nei master mille, bah! Diventerà tutto un videogioco. Ma a voi piace vedere prendersi a pallate da fondocampo finché qualcuno non sbaglia. Non vi piace più scendere a rete, chiudere con un colpo al volo…probabilmente non lo insegnano nemmeno più nelle scuole tennis. Nessuno sa più fare una bella volée. Servizio e dritto, stop.

Wimbledon è l’essenza stessa del tennis. Educazione, regole, tradizioni. Soprattutto tradizioni. Tutti vestiti in bianco, silenziosi e rispettosi. Niente colpi di testa o stranezze nel vestiario. Tutto il rituale è uguale da sempre ed anche grazie a questo che il tennis è ritenuto uno sport nobile -anzi!- lo sport nobile per eccellenza.

Vedi Nicola io sono stato a Wimbledon una volta, te l’ho raccontato? Ormai è stato tanti anni fa. L’aria che si respirava era incredibile. Mentre camminavamo tra i campi per seguire gli incontri nessuno osava fiatare e se qualcuno provava a parlare veniva subito redarguito dalle guardie. Tradizione e rispetto, questo è la vera essenza del tennis. Guarda Federer, lui quest’anno si è preparato solo per il suo torneo, quello dove è il re. Magari non è il più forte ma tecnicamente è il migliore e poi è il più educato, il più elegante e anche il più simpatico. Lui sì che incarna quello che adesso non vi piace più. Ma forse tu preferisci il killer point, o l’occhio di falco permanente o quelle strane formule di punteggio che fanno provare ai ragazzini della Next Gen, che poi, alla fine non vincono mai… Non so se riuscirò ad abituarmi ma sono contento di aver visto un’epoca diversa da questa, fatta di gentiluomini, di gesti armoniosi, senza rabbia e con eleganza. Oggi tutto si piega ai soldi, mi capisci? Capisci cosa voglio dire?

Nicola fece un lungo sospiro e aspettò qualche secondo prima di rispondere. Poi guardando il nonno seduto rispose secco: “No, non ti capisco. Non capisco, nonno, perché avete tutta questa nostalgia per decenni fa e tutta questa rabbia per quello che succede ora. Forse perché trent’anni fa avevate la nostra età e non esistevano le Finals della Next Gen e parlare di killer point o di annullare il let era considerato una bestemmia. Eppure anche il tie-break non c’era fino agli anni Settanta e adesso è qualcosa di normale, anzi! E Federer poi? Io lo adoro, come tutti quelli che adorano il tennis, ma quest’anno senza la classifica protetta sarebbe ripartito dai Challenger, altro che la tua amata Church road. Certo è il migliore tecnicamente ma ormai di lui si parla al passato, ogni anno la sua grandezza si assottiglia e fra poco basterà un soffio a farlo cadere. E forse è lo stesso destino di Wimbledon.

Cos’è la tradizione? Perché ripetere gesti vuoti all’infinito dovrebbe far scaturire un significato profondo ed universale? Chi lo ha detto che il vero tennis è quello di Londra? Quanto contano quattro vip che non sanno nulla di tennis ma che si danno appuntamento per ossequio al glamour e per mettersi in posa per i fotografi? Perché è l’élite a dover legittimare il tennis? Vale solo il principio dell’io c’ero prima? Io a Wimbledon non sono mai stato, ma ti ricordi che a New York invece si, qualche anno fa. Dovevi vedere che spettacolo, una vera festa di popolo. La gente beveva i cocktail alla vodka alla mattina e le urla del pubblico per un colpo erano così alte che i tennisti si interrompevano nei campi vicini e i commentatori ridevano. Non cambierei mai l’hamburger da un dollaro e venti che ho mangiato su una terrazza dell’Arthur Ashe con tutta la panna e le fragole dell’Inghilterra. Lo sport, anche il tennis, il nobile tennis, lì è del popolo. Lo senti davvero sulla pelle. Non ci sono sacerdoti che amministrano il culto davanti alle folle adoranti, ma eroi che lottano e cadono e si rialzano e urlano e piangono…

Cos’è la tradizione? Perché ripetere gesti vuoti all’infinito dovrebbe far scaturire un significato profondo ed universale? Chi lo ha detto che il vero tennis è quello di Londra? Quanto contano quattro vip che non sanno nulla di tennis ma che si danno appuntamento per ossequio al glamour e per mettersi in posa per i fotografi? Perché è l’élite a dover legittimare il tennis?

Certo, oggi il gioco è cambiato, si va poco a rete, te lo concedo. Ma perché servire a 230 all’ora facendo toccare alla palla un dito di riga dovrebbe essere un gesto tecnico meno bello di una volée in campo aperto fatta con una racchetta di legno? Perché un match di scambi incrociati a mille all’ora dovrebbe essere più noioso di due ore di serve and volley? Non so nonno, davvero. Oggi è bello avere tanti tornei, vedere che il tour è davvero mondiale, scoprire posti nuovi, giocare prima in Europa e poi scappare in Sudamerica. Ci sono Master Mille preparati anche meglio degli Slam, con tutti i campi coperti, l’intrattenimento per il pubblico e un prize money considerevole. Certo, tu dai la colpa ai soldi però, che hanno corrotto tutto. Ma sappi che è la tua generazione che ha voluto le cose così. I dirigenti degli sponsor e, in generale, chi sposta le grandi masse di denaro ha la tua età, non la mia. Per questo non ti capisco e per questo il tuo discorso mi sembra vuoto…”

I due rimasero un attimo in silenzio senza nemmeno guardarsi. Poi ripresero il cammino e arrivarono fino ad un’ansa del fiume, dove si apriva una piccola piazza con un bar. Il sole di giugno scaldava e si fermarono per bere qualcosa. Nicola prese una birra, Pietro un bianchino. Tutti e due pensavano a cosa si erano detti, riconoscendo di avere in parte ragione e in parte torto. Non se lo dissero però e non parlarono più di tennis per qualche giorno. Più a lungo però sarebbe stato impossibile: Wimbledon era alle porte e il tennis giocato si sarebbe portato via, almeno per un po’, il tennis teorico.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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