takehiko inoue slam dunk

Slam Dunk di Takehiko Inoue

Sono passati vent’anni dall’opera che ha cambiato per sempre l’approccio di una nazione intera a uno sport che fino a quel momento era solo confinato nell’immaginario collettivo come idea di Stati Uniti d’America. Uno sport, che grazie a questa opera, è passato dall’essere marginale a uno dei più rappresentativi in una chiara e distintiva parentesi di amore e follia di massa. Una dilagante emotività e passione nei confronti della pallacanestro non si era mai registrata prima del 1991, quando il mangaka giapponese Takehiko Inoue decise di iniziare la narrazione della squadra liceale dello Shohoku e delle avventure di Hanamichi Sakuragi, Rukawa, Ryota Miyagi, Hisashi Mitsui e il capitano Akagi.

Takehiko Inoue
Takehiko Inoue

I primi capitoli del fumetto giapponese cominciano come se fosse un semplice racconto adolescenziale, spezzoni di vita scolastica, risse, dissapori e tutti i limiti dell’educazione della generazione figlia della fine degli anni Settanta. Poi arriva lo snodo narrativo, il pretesto amoroso di Hanamichi lo fa avvicinare al mondo del basket, quasi per gioco, e questo apre il sipario al parquet, ai canestri, alle tattiche e alle partite del torneo liceale. Ogni personaggio identifica una caratteristica, un profilo e soprattutto le movenze e le skills di un giocatore dell’NBA realmente esistito. Ma prima di arrivare a come Inoue abbia donato le qualità dei giocatori che lui stesso ammirava ai suoi personaggi, c’è bisogno di addentrarci nel significato, anzi nei significati che ho trovato in quest’opera magnifica.

Slam Dunk non è un racconto di vittorie, non è un racconto di solo sport, non è un racconto di successo o di talento. Certo, è anche tutto questo, ma non è ciò che sta alla base del triangolo, ciò che sta nelle fondamenta di questa struttura narrativa. Slam Dunk è soprattutto una parentesi di adrenalina, una parentesi di resistenza, resilienza, del concetto di sport, di amicizia, di compagni di squadra, di fatica, sudore, sacrifici e del non mollare mai. Una parentesi delle seconde occasioni, delle difficoltà che la vita si mette davanti e della sensazione che a volte tu, nonostante tutto, non ci possa proprio fare nulla. Inoue racconta in maniera accurata e sensazionale l’avventura di una piccola squadra liceale della prefettura di Kanagawa che senza apparenti mezzi sogna di arrivare a vincere il titolo nazionale.

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Un sogno che va oltre qualsiasi possibilità, che va oltre ogni ragionevole dubbio, un sogno che va oltre ogni fantasia ma che pagina dopo pagina, volume dopo volume si instaura sempre di più nel roster di possibilità che il lettore di mette in testa per intavolare un finale a questo manga. Durante il percorso ci si chiede spesso se questa squadra continuerà a migliorare, a impressionare e a vincere, e sarà una costante. Il lettore si ritrova continuamente immerso nella speranza che l’ultimo canestro prima della sirena sia a favore dello Shohoku e di Sakuragi e i suoi compagni mezzi bulli, mezzi vandali, ma innamorati della palla a spicchi e della competizione. Ragazzi lasciati allo sbando, senza regole, senza futuro, senza tempo, ma lo sport diventa la loro ancora di salvezza, la loro boa in mezzo al mare, la fune con cui uscire dal baratro.

Takehiko Inoue quando inizia a disegnare e raccontare l’avventura di Slam Dunk sa che non sarà una pubblicazione semplice perché il Giappone ha in testa tutto tranne che la pallacanestro, ma il mangaka è un grande appassionato di questo sport nonché un dilettante interessato al gioco, alle tattiche e affascinato da quegli artisti che danzano sul parquet dall’altra parte del mondo. Per il Giappone ammettere che negli Stati Uniti d’America ci sia qualcosa di interessante è sempre una grande fatica, un po’ per il loro modo di vivere, la loro filosofia del lavoro e la grande percezione nazionalistica e patriottica, ma soprattutto non gli sono ancora andate giù – e vorrei ben vedere – le due bombe atomiche sganciate dagli USA su Hiroshima e Nagasaki tra il 6 e il 9 agosto del 1945.

Slam Dunk è soprattutto una parentesi di adrenalina, una parentesi di resistenza, resilienza, del concetto di sport, di amicizia, di compagni di squadra, di fatica, sudore, sacrifici e del non mollare mai.

Tutto sembra in salita, anche perché la fatica è una delle componenti principali per il successo, quantomeno per provare a rimanere nella storia, nella testa e nei cuori delle persone. E succede anche per l’opera di Inoue, ma il mangaka aveva previsto tutto e sapeva che lo switch per la sua opera sarebbe stata l’Olimpiade del 1992 e la presenza del Dream Team, composto da Scottie Pippen, Charles Barkley, Larry Bird, Magic Johnson, Karl Malone e, ultimo ma non ultimo, Michael Jordan, che presto conquisterà la lega e il mondo intero. Basti pensare che secondo una ricerca, Jumpman è l’atleta più importante di sempre insieme a Muhammed Alì. Grazie alla stella dei Chicago Bulls e alla qualità dell’opera, Slam Dunk prende piede. I giapponesi acquistano a nastro i tankobon della storia dello Shohoku, si impersonano nei personaggi, nelle storie, vivono le partite, tifano, e si iscrivono ai club di basket che fino a quel momento non erano mai stati così pieni di iscrizioni in coda per l’accettazione. In sostanza, il basket in Giappone diventa un caso da studiare all’Università. Mettiamoci anche che – cosa non scontata – Inoue disegna con un realismo senza pari, facendo percepire la muscolarità dei corpi, la fatica dei volti, l’elasticità dei movimenti, senza ricorrere a super poteri per mostrare il talento di un giocatore come invece ha fatto – con successo – il suo predecessore Yōichi Takahashi con Captain Tsubasa, da noi conosciuto come Holly & Benji. Nessun Tiro della tigre, nessuna Catapulta infernale, nessuna parata con spinta sul palo opposto o giovani ragazzi che giocano con un problema al cuore per vincere un torneo scolastico. Nulla di tutto ciò, ma solo il reale, il concreto, il vero. Da qui, di conseguenza, le emozioni.

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Ogni personaggio, dicevo all’inizio, ha una propria caratteristica principale, sia caratteriale sia in campo. E di conseguenza una somiglianza con un giocatore della lega di basket più famosa e importante nel globo: il capitano Akagi è un misto tra David Robinson e Patrick Ewing, Rukawa è Michael Jordan e Sakuragi è Dennis Rodman, il cestista più amato in oriente. Proprio questi ultimi due personaggi, Rukawa e Sakuragi, mettono in atto dall’inizio del manga un’avversità, un’inamicizia, uno scontro su ogni fronte. Se l’uno è Batman, l’altro è Joker; se uno è Lupin, l’altro è Zenigata; se l’uno interpreta Harry Potter, l’altro è Voldemort o forse Draco Malfoy. In sostanza, l’uno l’antitesi dell’altro, ma legati indissolubilmente da qualcosa di profondo che nessuno dei due vuole ammettere, ma si ritrovano, entrambi, a doverlo mostrare a tutti nell’ultima giocata dell’ultima partita del campionato. La fiducia ricambiata, la giocata attesa, giusta, ma insperata, un’amicizia coperta dal superfluo che galleggia tra valori che non vogliono emergere del tutto per colpa della pesantezza di essere semplicemente se stessi, perché alla fine questi protagonisti sono giovani ragazzi arroganti, pasticcioni, impazienti e presuntuosi. Esattamente come lo eravamo noi quando giocavamo all’oratorio, al parchetto, a scuola o nella nostra squadra dilettante, ed è il motivo per cui ognuno di noi si rivede in un personaggio di Slam Dunk. Chi si rivede nell’allenatore Anzai, chi nell’eterno sostituto Kogure, figura fondamentale, chi nel capitano, chi nel fuoriclasse Rukawa, chi nel talentuoso, ma stupido Sakuragi.

Slam Dunk in sostanza ci racconta una parentesi efficacissima di come noi tutti viviamo il mondo amatoriale e dilettantistico, come fossimo tutti professionisti, come fossimo fenomeni, come fossimo alla fine del mondo e quel canestro possa davvero valere una vita o la nostra eterna felicità o riconoscenza. Slam Dunk prende i valori dello sport e li mette là, in alto, dove tutti possono vederli, osservarli, impararli ed amarli. È l’essenza dello sport e, per certi versi, dovessi fare un paragone con il professionismo, con il calcio per farvi capire, lo Shohoku è il Chievo Verona di Del Neri, il Sassuolo di De Zerbi o l’Udinese di Spalletti. Nessuno vince niente, ma il percorso è stato da brividi sulla pelle. Ed è questo che conta, l’emozione e il ricordo di aver vissuto un’avventura e un’esperienza imprevedibile e straordinaria.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<