depé marsiglia

Depé, per sempre il primo

Una mattina, quando ero anche responsabile della logistica, ho visto una sagoma circondata da una bandiera, sdraiata dietro la porta. Sono sceso in campo, mi sono avvicinato e ho visto che era una persona.  E lì, l’ho visto! Gli ho chiesto cosa stesse facendo e Depé mi ha risposto: ho dormito lì, dove vuoi che dorma? È meglio di un albergo!

Testimonianza dell’ex addetto alla sicurezza dell’OM, Guy Cazadamont, al giornale La Provence

Sono venuti da me e mi hanno detto che era morto Depé. Non potevo crederci. Quella sera è successo un evento che ha segnato tutti al Velodrome: lo striscione dei MTP in suo onore è finito in cenere a causa di un fumogeno. Una cosa che in altri momenti sarebbe potuta accadere ma non quel giorno. Non c’era vento! Eppure, per un brevissimo istante, una folata si è levata da terra trasformandosi in un vortice che ha alimentato le fiamme. Era come se lui fosse lì tra noi, come se fosse tornato. Era impressionante, era Depé

Testimonianza dell’ex addetto alla sicurezza dell’OM, Guy Cazadamont, al giornale La Provence

La storia del Cobain di Marsiglia non può che partire dalla fine, dal momento esatto in cui la morte di un giovane uomo di ventotto anni si trasforma in eterna leggenda. 

Marsiglia, alba del 28 luglio 2000. Anton Coste ha appena staccato dal suo turno di barman e come sempre torna nel suo alloggio dove ad attenderlo c’è Depé, per lui il miglior amico e compagno di mille battaglie, per Marsiglia il capo ultrà dei Marseille Trop Puissant e uno dei volti più influenti, conosciuti e amati di tutta la città. Anton bussa più volte alla porta ma nessuno viene incontro ad aprire; una volta varcata la soglia di casa, Depé è lì, immobile e senza vita. Pochi giorni dopo i giornali diranno che il giovane è morto a causa di aneurisma cerebrale, un dettaglio che darà il là a speculazioni di vario tipo connesse per lo più all’abuso di acidi e altre droghe. Depé se ne è andato poche ore prima di Olympique Marsiglia-Troyes, partita che segnava l’inizio di un nuovo campionato, il ritrovo con i fratelli di sempre – quelli tolti dalla strada, dallo schifo delle cité e dalle galere – l’utilizzo del sacro megafono – il mezzo usato da Depé per professare l’unica fede e ragion d’essere) – la Culture Deplacement che impone a tutti di rendere chiaro, ovunque, sempre e a qualsiasi prezzo, il fervore marsigliese. 

La notizia della morte di Depé corre per le strade di Marsiglia e in breve tempo raggiunge tutti gli altri gruppi ultras cittadini: i Dodger’s, i Fanatics, gli Yankee, il Commando e persino i South Winners, i ragazzi della Belle de Mai che furono i primi ad accogliere tra i propri ranghi il giovane Patrice sul finire degli anni Ottanta. 

depé marsiglia

Nessuno riesce a credere alla notizia, il dolore e lo shock per l’improvvisa e insensata scomparsa dell’uomo che ha perso e guadagnato tutto grazie all’OM si mescolano colpendo tutti, persino la squadra che sta ultimando la rifinitura alla Commanderie. Quando è ora di scendere in campo in un Velodrome colmo di lacrime e di striscioni che dichiarano l’eterna memoria che verrà tramandata nel corso delle generazioni, l’allora allenatore dell’OM e leggenda marsigliese, Éric Di Meco, insieme ai capigruppo ultras scortano l’undici titolare verso la parte di campo vicina alla Virage NordGiunti in prossimità della curva, a pochi metri dalla pedana di metallo dalla quale il capopopolo soleva lanciare i cori a sostegno dei propri guerrieri, i vari Adriano, Bruno N’Gotty, Jérôme Leroy, Zoumana Camara, Klas Ingesson, William Gallas, Stéphane Trevisan, Manuel Dos Santos, Patrick Blondeau, Florian Maurice e Djamel Belmadi si sfilano le maglie da gioco e affrontano il minuto di silenzio a torso nudo, tutti insieme, alla maniera di Depé. Che fosse sotto la canicola a Casablanca oppure nel gelo di una notte d’inverno moscovita, Depé abitava seminudo e crudo le curve e i settori ospiti indipendentemente dal tempo e le stagioni. Era il suo tratto distintivo, lo era da quando nel 1989 vide i cinquanta pazzi ultras dell’Aek Atene aggirarsi incuranti per Marsiglia creando disordini in ogni dove per poi prendersi la scena nello stadio durante novanta minuti di furore. In quell’occasione, il giovane e acerbo marsigliese rimase profondamente colpito dal vedere quanto alcune persone potessero riempire la loro vita sposando un ideale che sapeva d’amore per il proprio mondo – la città, il quartiere, la squadra, le storie e le memorie tramandate – e al contempo essere ribelli, coscientemente contro, alienati, fuori moda, visibili, risibili, etichettati e puniti ma sempre in trincea, nella vita come allo stadio. 

depé marsiglia
Foto: COLINET Richard | Ringraziamenti: LP

La catena televisiva Canal + riprende ogni istante di questa breve quanto interminabile cerimonia: per la prima volta nella storia del calcio francese, una squadra, una società sportiva, uno stadio e una città intera rendono omaggio a un tifoso. Vista da fuori la cosa potrebbe sembrare alquanto assurda, un’esagerazione, un’ingiustificata trance collettiva che rende eroi persone che sono state ben lontane da essere sante in vita, ma Depé era molto di più della vox populi che a seconda delle circostanze lo inquadrava come tifoso, teppista, tossico, bimbo viziato e ora il Cobain di Marsiglia. Depé era un vero Fada, era il tipico marsigliese folle, schierato e incurante che fa di ogni giorno una lotta e di ogni lotta un atto d’amore e sensata appartenenza. 

Lo scorso 26 maggio, Marsiglia ha celebrato il trentennale dalla conquista della Coppa dei Campioni vinta contro il Milan nella finale di Monaco di Baviera. La città ha festeggiato alla sua maniera, dapprima celebrando gli eroi dell’epoca dal palco posto innanzi alla Mairie del Vieux Port e successivamente illuminando il litorale marsigliese – dall’ Estaque alle Goudes – con una scia interminabile di fumogeni scarlatti. Non sono mancati gli omaggi a Depé, colui che, trent’anni prima, fu chiamato sul palco che celebrava il ritorno dell’OM a casa con la coppa dalle grandi orecchie dal presidente Bernard Tapie il, quale prese il microfono e disse: “prima di proseguire con la cerimonia, vorrei offrire la mia medaglia (quella ricevuta dall’UEFA a Monaco ndr) a colui che simboleggia così tanto questa città, Depé“.

Depé salì a petto nudo sul palco e alzò al cielo la coppa, quasi l’avesse vinta lui e forse era davvero così. Quel momento rappresentò l’apice della vita e l’inizio della caduta di un ragazzo che aveva da poco compiuto 21 anni. Giocatori e folla divennero spettatori della trasfigurazione di Depé: non era più Patrice figlio di una famiglia medio borghese che aveva lasciato il caos della città per vivere nella ridente Allauch; non era solo il Pépé, fratello della gente di curva e della Plaine, amico di Manu Chao e dei Massilia Sound System, quello che non aveva più una fissa dimora e si vestiva con qualsiasi cosa gli capitasse per mano; non era solo l’uomo che sosteneva l’associazionismo locale di tasca propria, che convinceva gli steward del Velodrome a fare entrare i bambini di quartiere gratis allo stadio; non era più e solo il primo ultrà ad essere stato assunto con contratto in regola dal presidente del club per il quale tifava; non era il personaggio che veniva avvicinato dalla stampa perché all’epoca parlare di lui e di OM faceva vendere palate di copie; non era solo e soltanto lo strumento che serviva a indirizzare le campagne elettorali e far da ponte tra il tifo e la società (nel bene e nel male). 

In meno di cinque anni da quando aveva scoperto il calcio e la vita ultrà, Depé era divenuto tutto questo e la cosa non poteva che sfuggirgli di mano. Il giovane Patrice si era avvicinato per caso all’OM. Aveva quindici anni e bazzicava con altri minori per la Belle de Mai. Molti di loro avevano aderito al neonato gruppo ultras South Winners, il secondo gruppo dopo i Commando a prendere piede in città. Gli SW erano giovani ed esplosivi, andavano in giro vestiti di arancione e sui loro materiali spiccava l’effige del Che Guevara. Era il 1987 e l’Olympique non se la stava passando troppo bene ma qualcosa stava cambiando. Il club era stato da poco acquistato da Bernard Tapie, un imprenditore dal fascino inscalfibile che puntava a prendersi la città prima e la Francia poi, partendo dal calcio.

depé marsiglia

Per una scalata del genere non c’era miglior luogo che Marsiglia: una città di marinai perduti, piena zeppa di Cagoles (prostitute), bordelli e gang criminali, terreno di scontro tra gli Skinheads e i Facho del Front National, e luogo di enorme e diversa umanità, dove la bellezza si coglie nell’affanno e la speranza cerca di fiorire tra i palazzoni Quartiers nord, il ghetto più duro di Francia. 

La ricetta di Tapie era facile e persuasiva: se l’OM fosse tornata a vincere in Francia la città unita intorno alla squadra avrebbe saputo far da cassa di risonanza e favorire il consenso. Tutto doveva partire dallo stadio, il luogo dei marsigliesi dove era possibile coltivare le tre R di Tapie: Rêver, Risquer, Rire. Sognare, Rischiare, Ridere. Tapie era favorevole allo sviluppo del panorama ultras cittadino e lo sostenne da dentro. Depé si inserì in questo contesto nell’anno in cui l’OM arrivò secondo, il club iniziò ad attrarre giocatori importanti e la città riprese ad amare spasmodicamente la sua squadra. In breve tempo, il giovane Patrice si fece ammaliare dal mondo OM e dalla vita ultras, rinunciò agli studi e si allontanò dalla famiglia. 

Il resto venne da sé: dopo aver vinto il campionato e la Coupe de France nel 1989, l’OM si aggiudicò i campionati del 1990, 1991 e 1992. L’OM entrò di prepotenza nella Coppa dei Campioni dove raggiunse in ben due occasioni le semifinali e una finale persa nel 1991. Malgrado i pianti europei, la gioia e il fervore in città erano alle stelle, il Velodromo era sempre pieno e gli ultras si presero la scena. Depé scalò le gerarchie nel suo gruppo, arrivando a esercitare un ruolo che oltre a essere riconosciuto dal popolo, era ben visibile al club e ai media. Per questo motivo, Tapie decise nel 1992 di assumere Depé come tuttofare in una logica do ut des nella quale l’ultrà avrebbe avuto un accesso non filtrato alla squadra, il supporto logistico e materiale e la possibilità di gestire biglietti, risorse e spazi per portare avanti le proprie iniziative in cambio di un raccordo forte con il tifo e la città. 

Tutto questo durò fino allo scandalo corruzione, la vicenda Valenciennes-OM del 1993 che segnò la retrocessione del club e la fine del regno Tapie. Se Tapie non riuscì a evitare il crollo del suo mondo, Depé invece fece un rialzo totale che gli permise di rimanere in sella sia nella scena ultras che in quella cittadina. Trovatosi senza impiego e con una crescente disputa in seno ai South Winners, nel 1994 Depé lasciò il gruppo per fondare i Marseille Trop Puissant. Gli MTP abitano il quartiere della Plaine, il luogo del mercato, degli artisti, delle botteghe artigiane, fulcro della vita notturna marsigliese, nonché zona prediletta per l’attivismo sociale grazie alla presenza di numerose associazioni.  Con il motto “Nessun compromesso”, Depé lasciò tutto per vivere il suo nuovo gruppo e il quartiere. Non aveva niente, viveva da ospite o da squat, quello che riceveva dalla famiglia – che non lo ripudiò ma lo credeva un Peter Pan viziato – o dalla vendita degli abbonamenti in curva lo devolveva per i progetti di integrazione e inclusione sociale, per le attività culturali a tutela della lingua occitana; azioni volte al contrasto dei fenomeni di violenza e razzismo, della tossicodipendenza e prevenzione del HIV. Depé e gli MTP si aprirono al quartiere dialogando con tutte le associazioni e circoli che operavano a contatto con la fragilità e ciò consolidò l’iconica immagine del tifoso diventato punto di riferimento di un’intera città. Depé viveva la sua quotidianità con la stessa intensità e mentalità che aveva allo stadio e nelle trasferte, mentre si lasciava andare agli eccessi o agli scontri con i parigini o incontrava a muso duro i giocatori colpevoli di mercificare il loro sport. 

Nelle settimane successive alla sua sepoltura, il gruppo MTP ha fatto richiesta al municipio di Marsiglia affinché la curva nord venisse ribattezzata Virage Patrice de Peretti, cosa che è divenuta ufficiale il 28 luglio 2002, nel secondo anniversario della sua scomparsa. Per la prima volta in Francia, una tribuna di uno stadio portava il nome di un tifoso. La gente lo amava e continua ad amarlo e a ricordarlo oggi in ogni angolo della città perché ha compreso che ciò che è stato e ciò che ha fatto Depé in vita non è stato per fama, fanatismo e neppure per denaro: anche lui era un marinaio perduto in cerca di una ragione di vita e quella ragione si chiamava Marsiglia. 

Non c’era nient’altro che Marsiglia.

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