luca briasco

Il baseball, la paura e il Big Mac: Luca Briasco ci racconta Stephen King

Pubblicato da alcune settimane, Il re di tutti, ovvero il saggio critico-biografia che Luca Briasco ha dedicato a Stephen King, non finisce di raccogliere lettori tra i fan (ma non solo) del più grande scrittore di horror. Luca Briasco è notissimo nel mondo dell’editoria per alcune imprese che hanno i tratti della leggenda, come aver portato al pubblico italiano scrittori del calibro di Wallace, Landsdale, Wislow, oppure aver tradotto Una vita come tante. Ma leggendo Il più grande di tutti lo si apprezza come fine interprete della contemporaneità letteraria e non solo. Ho avuto la fortuna di incontrare Luca Briasco sulla via delle sue presentazioni al libro e di poterci fare due chiacchiere: come sempre ne è uscita una splendida girandola di spunti e curiosità, e quest’intervista che leggerete ne raccoglie i momenti salienti.

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Il re di tutti, dedicato a Stephen King, è un libro meravigliosamente difficile da definire: saggio, biografia, critica. Tu come lo definisci?

Un ritratto, come affermo nel sottotitolo. Nel quale entrano quindi elementi biografici, riflessioni generali sulla scrittura e sui generi letterari, richiami alle opere.

La cosa che accattiva nel leggere il tuo libro è la lettura contestuale dei maggiori capolavori di King. Viene voglia (io l’ho fatto) di rileggerlo e rivedere i film tratti dai suoi libri. In che senso King è uno scrittore che si occupa di attualità?

In due sensi almeno, direi: affronta tematiche che sono al centro della riflessione contemporanea e anche della cronaca (crisi del modello maschile, violenza sulle donne, crollo progressivo della famiglia tradizionale, isolamento crescente degli individui e assenza di contesti sociali condivisi), e offre una lettura profondamente critica dell’America, dalle turbolenze degli anni Sessanta fino al quadriennio Trump.

King si auto definisce, tu lo riporti nel libro, un “Big Mac con le patatine”, cosa vuol dire esattamente?

Quest’ autodefinizione allude al desiderio di una scrittura semplice, accessibile a un pubblico ampio, capace di raggiungere lettori di ogni tipo, al netto dell’età, del genere o della classe sociale di appartenenza. In fondo, è quanto accaduto, a partire soprattutto dagli anni Ottanta, con il fenomeno dei fast food. E non dimentichiamo che lo stesso King è un frequentatore regolare di MacDonald’s, e considera il Big Mac il suo “piatto” preferito.

Quanto è presente, quanto ha influito nella cultura americana King, e quanto lui è figlio della cultura del suo Paese?

King è profondamente figlio della cultura americana. Il suo è sempre stato un approccio onnivoro, che è partito dai fumetti horror e dai film di serie B degli anni Cinquanta, è passato per maestri del pulp e della letteratura di genere, da Lovecraft a Matheson, da Bradbury a John D. MacDonald, ed è approdato ai grandi classici (Hawthorne, Melville, Faulkner, Steinbeck).
Quanto al suo influsso sulla cultura americana, è incommensurabile. È l’autore più adattato per il piccolo e il grande schermo nella storia della letteratura tout court, le sue storie sono state trasformate più volte in fumetti, e l’importanza della sua opera è stata riconosciuta da scrittori di ogni tipo: dai cultori dell’horror fino ad autori mainstream adorati dalla critica. Per fare un solo esempio, l’ultimo romanzo di Bret Easton Ellis, Le schegge, è letteralmente costellato di richiami e citazioni kinghiane.

La scrittura di King, lo sottolinei e spieghi nel libro, ha un aspetto considerevolmente performativo. Scrive molte pagine, scrive tutti i giorni, cattura realtà e fantasia nei suoi ingranaggi. Qual è la caratteristica principale dell’approccio alla scrittura di King?

La costanza, da sempre. King non ha mai smesso di scrivere sin da quando aveva 14 anni e inviava i suoi primi racconti alle riviste popolari, accumulando decine, centinaia di lettere di rifiuto. Il successo e la possibilità di pubblicare tutto ciò che voleva nei tempi che era lui
stesso a decidere non hanno fatto che accentuare questo approccio che, definirei, compulsivo. King, insomma, è un autentico impiegato dell’immaginazione. Timbra il cartellino tutte le mattine e lavora quasi a cottimo: sei pagine almeno, prima di staccare e dedicarsi alle sue passeggiate e alle sue letture.

Qual è il rapporto di King con la paura? Perché è, se lo è, un elemento centrale della sua letteratura?

King ha sottolineato più volte, nelle interviste come nelle postfazioni ai suoi libri, che la paura è una componente necessaria e fondamentale della natura umana. Il fatto di avere paura, oltre a denotare un atteggiamento sano, è profondamente legato alla dimensione immaginativa, dunque all’infanzia, l’età della vita nella quale l’immaginazione si esprime al massimo livello di libertà, perché nel bambino non esiste alcun distacco tra il mondo reale e i mondi creati dalla mente. Per fare paura, allora, lo scrittore deve a sua volta preservare e coltivare il bambino che ha dentro; proprio come, per sconfiggere la paura e le sue incarnazioni, i bambini sono infinitamente più adeguati degli adulti (che hanno represso, a caro prezzo, la capacità di immaginare, e nascosto nei recessi della psiche i terrori che ne hanno scandito la crescita).

Nel libro emerge un rapporto contrastato con le trasposizioni cinematografiche delle sue opere, qual è la principale diversità secondo te tra questi due linguaggi rispetto a King?

Il punto è che nei libri di King coesistono un aspetto profondamente cinematografico (la limpidezza dei passaggi descrittivi, la precisione dell’ambientazione, la forza dei dialoghi) e uno, invece, che definirei anti-cinematografico (il lavoro certosino sull’interiorità dei personaggi e il frequente ricorso a una sorta di monologo interiore). Per arrivare a una trasposizione corretta è pertanto necessario rispettare i testi di King almeno quanto li si tradisce, e buona parte di questo effetto lo si ottiene attraverso il processo di adattamento e attraverso la sceneggiatura. Nei casi migliori – Misery, Le ali della libertà, Il miglio verde, Stand by Me – è sufficiente confrontare romanzo e sceneggiatura per rendersi conto di quanto il processo di trasposizione sia stato complesso, e le scelte difficili.

Appare un giudizio moralistico di King rispetto al genere horror, in che senso questa critica coglie nel segno? É un tratto da riferire alla cultura americana in generale?

King è fondamentalmente un ottimista, il che sembra strano da dire di un autore horror. È,
cioè, convinto che il bene sia ontologicamente superiore al male, e che pertanto sia
destinato a vincere sempre e comunque. Non stupisce allora che, parlando del cinema
horror soprattutto degli anni Settanta, e in particolare dell’Esorcista, King offra una lettura
nella quale l’irruzione del male è una metafora dei disordini sociali e della ribellione
giovanile – retaggio del ’68 – e il ripristino finale del bene – l’esorcismo nel film di Friedkin
– rappresenta la restaurazione, seppur a caro prezzo, di un principio d’ordine.

King si è mai occupato di sport? Ha qualche legame con il mondo sportivo?

King è soprattutto un cultore del baseball. Ha scritto insieme a Stewart O’Nan un libro sulla
formidabile stagione che ha portato i Red Sox di Boston – la sua squadra del cuore – alla
conquista del titolo nazionale, e ha fatto il vice allenatore della squadra giovanile nella
quale militava il suo terzo figlio, Owen (oggi, anche lui scrittore). Il baseball è tra l’altro una
presenza costante nei suoi romanzi, il che, per me che li traduco e che non riesco né ad
amare né a capire questo sport, rappresenta un problema non da poco.

Ci consigli tre libri americani in cui gli scrittori si occupano di sport?

The Fight di Norman Mailer, sul memorabile mondiale dei pesi massimi Ali-Foreman tenutosi a Kinshasa nel 1975; Underworld di Don DeLillo, la storia di una pallina da baseball che, passando di mano in mano, diventa testimone di un’epoca; Il pugile a riposo di Thom Jones, che contiene forse i racconti più belli sulla “nobile arte”.

Che sport segui da tifoso?

Il calcio prima di tutto dove sono tifoso della Roma, ma anche pugilato, atletica leggera, tennis e pallavolo.

Da tifoso romanista come giudichi l’epoca di Mourinho?

Sono un grande ammiratore del Mourinho uomo e motivatore. Mi sembra un personaggio di
un’intelligenza e di una capacità comunicativa che ha pochi eguali nel calcio di oggi. Come tecnico, ha sempre proposto un gioco utilitaristico, in cui tutto è finalizzato al risultato. Difficile quindi pretendere che le sue squadre facciano spettacolo, e inevitabile che venga criticato quando non vincono.

Su quale calciatore scriveresti una biografia affettiva?

Gigi Riva. Da bravo mancino, è stato il mio mito di bambino. E i miti non si scordano mai. Seguendolo poi nel corso degli anni, non solo come calciatore ma anche come Team Manager della nostra nazionale di calcio, ho scoperto un uomo straordinario per coerenza ed etica personale, e credo che raccontare la sua vita e paragonarla a quella di un qualsiasi asso dei nostri giorni equivarrebbe a dimostrare plasticamente quanto il calcio sia lo specchio di un tempo in cui l’immagine domina sulla sostanza.

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