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Tom Brady il più grande compagno di squadra di sempre

Ammirati, estasiati, affascinati, ma non stupiti: questo è come dovrebbero sentirsi tutti gli appassionati di football americano di fronte all’ennesima impresa di Tom Brady, capace di vincere il suo settimo Superbowl, dopo avere guidato i suoi Tampa Bay Buccaneers a quattro vittorie nei playoff ed avendo annichilito i campioni in carica dei Kansas City Chiefs con il punteggio – alla vigilia impronosticabile – di 31 a 9. A 43 anni compiuti, la 199° scelta assoluta del draft del 2000 ha cementato il suo status di “più grande di tutti i tempi” con un’ottima prestazione, pulita e chirurgica, supportato da un’eccellente linea d’attacco che gli ha permesso di “leggere” al meglio la difesa avversaria e, soprattutto, da uno schieramento difensivo che ha letteralmente annientato le velleità del pur forte Patrick Mahomes, il giovanissimo quarterback della squadra del Missouri che, a parere di molti, sarà il prossimo dominatore della NFL.

Su Tom Brady si è scritto e si scriverà tanto: ad esempio, sul suo esordio, avvenuto in seguito ad un grave infortunio occorso a Drew Bledsoe e che gli ha spianato la via verso un ruolo da protagonista, sul suo rapporto con il grande allenatore dei Patriots, Bill Belichick, sulla sua riservatezza e sulla sua presunta antipatia da perfettino, sui paventati vantaggi che gli riserverebbe la classa arbitrale – a partire dal famosissimo episodio del tuck rule game fino ad arrivare all’altrettanto famoso e nebuloso deflategate –, sulla sua bellissima e conosciutissima moglie, sul suo essere un “bravo ragazzo”, certamente un vincente, ma poco personaggio.

Il momento in cui la carriera di Brady svoltò

E tanto si è scritto sul divorzio sportivo, consumatosi al termine della scorsa stagione, che l’ha visto lasciare a malincuore i New England Patriots (desiderosi di pensare al futuro senza Tom Terrific, ritenuto ormai troppo in là con gli anni per potere contribuire alla causa nel medio e lungo termine), per approdare a Tampa per una nuova, ennesima avventura agonistica, al servizio dell’esperto head coach Bruce Arians (da domenica scorsa il più anziano vincitore di sempre di un Superbowl) con un contratto biennale. Certamente, ancora tanto verrà scritto sul fatto che New England sia rimasta fuori dai playoff in modo piuttosto netto mentre Tom, nuovamente e nonostante un nuovo “sistema” e nuovi compagni di squadra, abbia condotto il proprio team sul tetto del mondo. Insomma: da domenica scorsa è saltato fuori – e il sottoscritto non ne è per niente stupito – che i suoi successi individuali non fossero poi così tanto legati alle fortune e agli investimenti della franchigia del Massachussetts e al genio sportivo e creativo di Bill Belichick. Ed è emerso pure come Brady abbia capito che i Tampa Bay Buccaneers fossero solamente “ad-un-quarterback-in-grado-di-non-perdere-eccessivamente-il-possesso-palla” di distanza dal Superbowl (il precedente regista della squadra della Florida, Jameis Winston, aveva sì lanciato per oltre 5.000 yarde nel 2019, ma aveva pure subìto la bellezza di 30 intercetti e perso 12 fumble) stante una difesa già eccellente ed un attacco comunque dotato di validi elementi tra i ricevitori, backs e uomini di linea.

Se, però, si volesse sottolineare un aspetto meno noto di questo grande campione, un vero e proprio “ “X factor”, si dovrebbe scegliere quello relativo al suo rapporto con i suoi compagni di squadra. Infatti, a mio parere, ciò che distingue Tom Brady da tanti grandissimi del mondo dello sport è la sua consapevolezza di essere sempre e comunque una parte del tutto, un ingranaggio – certamente prezioso e raro – di un meccanismo progettato per vincere. Tom Brady è un compagno di squadra. Anzi: Tom Brady è IL compagno di squadra. Ci sono tante vie per il successo: c’è quella dell’arroganza spavalda (ed intrigante) degli Ali, degli Ibrahimovic e dei Tomba, e poi c’è la via della calma e della freddezza agonistica, ragionata e quasi femminile dei Tom Brady. Un leader gentile – magari non così tanto nei confronti degli avversari, basta vedere quanto successo all’ultimo Superbowl con Tyrann Mathieu – determinato e sicuro di sé, affascinante e trascinante.

Chi ha condiviso con lui lo spogliatoio e le lunghe ore di allenamento e le noiose (ma necessarie) sessioni della sala video parla di un suo atteggiamento sempre rispettoso e disponibile, quasi irreale e surreale in un mondo iper-competitivo e quasi militaresco, dove i più giovani sono costretti a “pagare dazio” nei confronti dei veterani più affermati. Tom Brady è una delle persone più note del pianeta, ma, e la cosa ha quasi dell’incredibile, di fronte a nuovi compagni di squadra, soprattutto se si tratta di rookie semisconosciuti e, ancora meglio, pure undrafted, si presenta come se l’interlocutore non avessi idea di chi ha davanti : Hey, I’m Tom. It’s nice to meet you!“. E si mette a disposizione per ogni necessità legata alle difficoltà di un nuovo ambiente e di un nuovo sistema di gioco. Brady, così ricordano i suoi compagni di squadra, conosce il nome di tutti, perfino di chi partecipa semplicemente ai traning camp della preaseason: giocatori destinati tutt’al più alla practice squad o, addirittura al taglio.

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Keionta Davis, defensive lineman dei Patriots dal 2017 al 2020, al termine della stagione 2018 e poco prima del Superbowl (sì, avete indovinato: anche questa finale venne vinta dai Patriots nel gennaio 2019 contro i Los Angeles Rams), ricordò che Tom:

…ogni giorno si intrattiene con tutti e saluta tutti per nome. È una cosa sorprendente perché se si pensa ad un giocatore di quel calibro si presume che non conosca poi così tanti altri giocatori. È un aspetto che dimostra il suo enorme rispetto per i compagni di squadra. Insomma, che tu sia un membro della squadra delle riserve o un esordiente, Tom viene da te per due chiacchiere, e sempre dopo averti salutato per nome. È davvero forte vedere un giocatore così di successo comportarsi così.

Gli fece eco il defensive tackle Lawrence Guy, dal 2017 membro dei Patriots e ancora attualmente nel roster della franchigia con base a Boston, che rimarcò l’aspetto relazionale del quarterback californiano:

Tom conosce tutti quanti per nome. E, non appena varchi la soglia dello spogliatoio, ti si avvicina per presentarsi e per sapere di più di te. È anche una grande persona ed un grande compagno di squadra. È un condottiero fenomenale e lo dimostra proprio quando entra nello spogliatoio e parla ed interagisce con tutti con l’idea di volere conoscere meglio i suoi compagni.

Il numero 12 originario di San Mateo, che con il riconoscimento ottenuto domenica scorsa è arrivato a ben cinque titoli di MVP del Superbowl, è un giocatore che, da sempre, è stato in grado di elevare il livello di gioco e di intensità dei propri compagni. Lo si è visto con i Patriots (senza volere sminuire troppo il lavoro di Belichick) dove una lunga serie di giocatori tagliati, non scelti al draft o scelti tra gli ultimi, ha dimostrato doti e qualità insperate. Ecco, dietro a due ricevitori come Julian Edelman, 232esima scelta assoluta al draft del 2009, e a Wes Welker, quest’ultimo addirittura undrafted (ovvero non scelto da alcuna squadra al draft), c’è tanto lavoro di Tom Brady. Un lavoro fatto di relazioni personali e di leadership salda e ferma sul campo, nel caos infernale della huddle di un attacco NFL.

Insomma, un grande giocatore di football, ma a parere della più qualificata “giuria” che possa giudicarlo, ovvero i suoi numerosi colleghi, un grande compagno di squadra, una persona per la quale un qualsiasi gruppo di atleti farebbe di tutto per conquistare quella iarda in più, per mettere quel briciolo di pressione in più all’attacco avversario e per lasciare tutto, sempre e comunque, sul campo da gioco. Tom Brady, pertanto, forse non sarà ricordato come il più grande atleta americano di tutti i tempi (Ali, Jordan e Ruth probabilmente lo superano come epicità e drammaticità), ma, piuttosto, come il più grande compagno di squadra che un giocatore professionista possa desiderare. Tom Brady sarà sempre il compagno di squadra ideale quando l’obiettivo finale è la vittoria e, nel mondo dello sport, questo è davvero tutto.

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<

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