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Come Lebron James è diventato il leader della comunità afroamericana

Se tutto va bene, un giorno la gente mi riconoscerà non solo per il modo in cui mi sono avvicinato al gioco del basket, ma anche per il modo in cui mi sono avvicinato alla vita da afroamericano

Quando Lebron James parla tutti ascoltano. E molto spesso quello che dice non è mai banale. Come ha ribadito durante la batracomiomachia istigata da Ibrahimovic, per lui è chiara una cosa: lo sport non è una bolla, isolata dal resto della società; ogni atleta è prima di tutto un cittadino e ha l’obbligo morale e civile di partecipare attivamente alla vita della propria comunità. E a differenza di molti suoi colleghi, Lebron si è sempre schierato dalla parte di chi non ha una voce. 

Durante la scorsa stagione dell’NBA, bloccato nella bolla di Orlando per disputare i playoff, non ha smesso di far sentire il suo appoggio alla causa afroamericana:

Non importa di che razza sei. Non importa di che colore sei. Non importa quanto sia alto perché tutti vogliamo vedere giorni migliori. Non importa se sei d’accordo o non sei d’accordo con alcune delle cose che stanno succedendo, penso che ci piacerebbe vedere giorni migliori e vedere più amore che odio.

Lo scorso Giugno, in risposta alla morte di George Floyd, ha creato la piattaforma More Than A Vote, una comunità dedicata alla mobilitazione al voto degli elettori afroamericani. Una piattaforma talmente potente che ha spinto Michael Jordan, da sempre distante da ogni implicazione sociale per proteggere il suo brand, a donare 10 milioni di dollari alle organizzazioni a supporto delle giustizie sociali. 

King James, a differenza di MJ, non ha mai avuto paura delle conseguenze del suo impegno sociale, anzi ha sempre portato l’asticella ad un livello più alto. Grazie anche alla sua abilità come businessman (famoso è l’aneddoto di quando appena 18enne rifiutò un’offerta di 10 milioni di dollari da parte di Reebok per poi qualche hanno dopo firmarne uno da 80 milioni con Nike), qualche mese fa è riuscito ad ottenere un investimento di 100 milioni di dollari per creare la sua media company, The SpringHill, dal nome del quartiere di Akron in cui appena adolescente si trasferì con la madre. La mission di questa nuova realtà targata James  è “dar voce a creatori e consumatori neri che sono stati ignorati o svantaggiati“.

The SpringHill Company  unisce tre società create da LeBron e dal suo socio Maverick Carter: UNINTERRUPTED, l’azienda di prodotti di consumo e media per l’empowerment degli atleti, SpringHill Entertainment, la società di produzione cinematografica e televisiva e The Robot Company, la società di consulenza marketing. Tutte realtà che coniugano il business con il supporto alla comunità afroamericana.

Lebron sfrutta la sua posizione di personaggio pubblico per essere un riferimento. È quello che si chiama Psicologia della celebrità: coloro che hanno doti fuori dal comune (soprattutto fisiche) parlano più forte, parlano con molta più sicurezza e in molti casi parlano anche per gli altri. Michael Jordan avrebbe potuto essere il LeBron James degli anni Novanta, ma era più concentrato nell’essere il miglior giocatore di sempre che in quello che stava succedendo nel mondo. LeBron crede di essere più di un atleta. Ha finanziato la ristrutturazione di diverse aree della sua città natale; ha pagato le tasse scolastiche di molti studenti dell’Università di Akron; attraverso la sua fondazione ha aperto I Promise, un programma per 1.400 studenti che fornisce loro programmi di studio, supporto e tutor di cui hanno bisogno per avere successo a scuola; ha supportato attivamente le candidature di Barack Obama, Hillary Clinton ed infine di Joe Biden.

Molti hanno paragonato The Chosen One (Il prescelto) a Muhammad Ali, Jim Brown, Bill Russell e Kareem Abdul-Jabbar, sportivi che si sono distinti per il loro impegno sociale. Ma, a onor del vero, nonostante tutto questo impegno è difficile mettere Lebron sulle stesso piano di Alì o anche di Colin Kaepernick. Il primo ha perso tre anni e mezzo all’apice della carriera dopo aver rifiutato di combattere in Vietnam; il secondo dopo le proteste contro le discriminazioni razziali del 2016 è stato escluso dall’NFL e ora combatte contro l’oblio. 

Ma anche se Lebron non ha perso nulla con queste sue battaglie, non si può non apprezzare lo sforzo con cui il 4 volte campione NBA si prodiga per la sua gente; un atto totalmente disinteressato e che fa di lui un leader. Un leader che mette al centro del suo credo la conoscenza e la solidarietà del suo “popolo” e che non ha paura di andare contro. E, in tutta onestà, il mondo ha bisogno di una leadership così: schietta, tenace e basata sull’umanità più che sull’ipocrisia. 

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Essere gentleman non è una moda, è uno stile. É il nostro modo di stare al mondo. Continua a leggere

Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri. Vujadin Boskov<