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Malaga, il club non fa acquisti sul mercato: i tifosi accolgono all’aeroporto un ignaro turista come fosse un calciatore

Indovina chi viene in campo? Il dramma delle rose in continuo cambiamento

Con lo spirito di provocazione tipico della performance spagnola (si veda alla voce Fura Dels Baus) i tifosi del Malaga hanno inscenato uno dei disagi dell’estate di tutti coloro che seguono il calcio. Che sia giocato o immaginato. Già perché una volta per tutte bisogna sfatare uno dei grandi tormentoni dell’estate: “Come si fa a star dietro a tutte le balle che raccontano i giornalisti? Guardate le partite e basta, senza tutti quei discorsi“. Certo, facile a dirsi, ma si perde una questione fondamentale: il calcio è soprattutto sogno, immaginazione, desiderio e identità contemporaneamente. Sarebbe come dire che l’amore sia pagare cene, mettere il pieno alla macchina e momenti topici. Niente di più sbagliato: come per l’amore il calcio è anelito, passione, immaginazione e (di nuovo) desiderio. 

Ma torniamo ai tifosi del Malaga, che in un pomeriggio qualunque si sono dati appuntamento all’aeroporto cittadino per abbracciare i passanti sconosciuti e ignari della faccenda. Già perché la performance consisteva nell’abbracciare passanti a caso come se fossero stati da sempre i loro beniamini. L’obiettivo della questione appare evidente: in un mercato dopato dalla questione araba (ma non solo) i giocatori che arrivano ad indossare le magliette dei club spesso sono sconosciuti ai tifosi e talvolta persino inimmaginabili. Può capitare che aspetti il campione, il bomber e ti ritrovi un perfetto sconosciuto che si mette in mezzo al campo con i tuoi colori addosso. Per carità non sempre va male, anzi, ma la questione è un’altra ovviamente. Analizziamo un caso positivo prima di riflettere sulla questione.

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Malaga, il club non fa acquisti sul mercato: i tifosi accolgono all’aeroporto un ignaro turista come fosse un calciatore

Il Napoli dello scorso anno cambiò elementi considerati imprenscindibili con perfetti sconosciuti, opzione che destabilizzò i tifosi fini ad arrivare alla vera e propria battaglia con la società. Ricordiamo solo la grande polemica per l’arrivo di Kim al posto del santo senegalese Koulibaly. Con qualche colpa di fortuna (le prestazioni di Kim stesso sono oggetto di discussione per gli amanti della statistica) e qualche colpo spregiudicato (Kvaratskhelia non era uno sconosciuto agli addetti ai lavori), il Napoli 2022-2023 ha dimostrato che cambiare pelle può essere necessario e soprattutto vincente. Ma ripetiamo, il caso del Napoli fa poco testo, lì c’era una necessità societaria di cambiamento che si incontrava con un’attenta strategia di mercato. Diverso il caso di società che si vedono stravolgere la formazione poco prima di entrare in campo o addirittura durante.

Intendiamoci: non è che sia una novità assoluta, ma quello però di cui si parla oggi, quello per cui i tifosi del Malaga hanno inscenato la performance all’aeroporto è un’altra cosa. Oggi le squadre per due terzi, o sicuramente almeno uno, non sanno che formazione avranno. A questo punto sorgono due tipologie di problemi: uno riguardata l’identità dei tifosi, l’altro riguarda il lavoro degli staff tecnici e degli allenatori. 

Se da un punto di vista identitaria c’è bisogno di un minimo di tempo per affezionarsi ad una squadra, qui siamo al ribaltamento del paradigma: campioni che cambiano maglietta ogni due secondi promettendo a tutti amore eterno. Certo, da un lato siamo nella società fluida sotto tutti i punti di vista e pretendere dal calcio una moralità biblica è certamente fuori luogo. D’altro canto, però, il continuo cambio di magliette dei giocatori ha provocato un certo bipolarismo nei tifosi che di conseguenza vuol dire meno affezione alla squadra, meno abbonamenti, meno diritti televisivi. Sicuramente parliamo di un fenomeno al di là dall’essere capito, i primi sintomi li raccoglieva, però, un mio amico che sulla spiaggia questa estate ha chiesto all’amichetto di suo figlio che squadra tifasse e si è sentito rispondere Al-Nassr. Chissà cos’altro dovremo vedere.

C’è un problema invece più stringente, più tecnico. Lo ha sollevato un mese Jurgen Klopp, tecnico del Liverpool e persona notoriamente nota per avere spesso ragione sulle previsioni. In una lunga intervista Klopp ha perso qualche tacca del suo aplomb per lanciarsi in uno sfogo contro la pista araba del calcio mercato:

L’influenza dell’Arabia Saudita è enorme ora. La cosa peggiore è che la finestra di trasferimento in Arabia Saudita è aperta per tre settimane in più. La Uefa o la Fifa devono trovare soluzioni per questo.

Il tema sollevato d’allenatore del Liverpool è quello che di sapere che squadra si sta allenando anche in corso di preparazione della stagione. Problema non poco ovviamente perché allenatori, staff tecnici (preparatori, massaggiatori, fisioterapisti e tutte le maestranze insomma) devono necessariamente avere con grande anticipo un organigramma e un cronoprogramma  preciso per poter affrontare stagioni estenuanti. Appare evidente – Klopp è uno dei tecnici che sa interpretare il calcio in maniera più olistica – che il problema diventa non solo teorico, ma estremamente pratico e dal rapido incedere ad alti livelli. Ma Klopp ovviamente non è il solo ad aver preso la questione di petto, anche Pep Guardiola ha affrontato il tema. Lo spagnolo proprio pochi giorni fa commentando le parole di Klopp, condividendole, avvertiva anche dell’ipocrisia del società europee, che fingono di non sopportare il mercato arabo ma che in realtà concludono appetitosi profitti vendendo ì propri gioielli a peso di diamante (in molti casi letteralmente). Guardiola non improvvisa mai le proprie affermazioni, sapeva dove andare a colpire. Come al solito lo ha fatto con grande finezza. 

Quello dell’allenatore del City era un avvertimento a tifosi e appassionati. Cosa volete pretendere da un calcio che troppo spesso si limita semplicemente ad essere un bazar? Poca affezione, forse, speriamo, un po’ di professionalità. Ritornano in mente le parole di Javier Marías quando raccontava che le squadre sono come dei registi, in cui gli attori cambiano ma la personalità rimane. Chissà per quanto riusciremo ad ancorarci a questa visione oppure tra quanto dovremmo correre ad abbracciare degli sconosciuti chiamandoli fratelli.

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